EOS (Centro Internazionali di studi delle culture) E Centrum Latinitatis Tergesti

con la collaborazione di Heliopolis-Centro Studi Internazionali FVG

e dell’Associazione Italo-Americana FVG, dell’American Corner di Trieste e del Centrum Latinitatis di Aquileia

Promuovono il Convegno: “Aspetti della cultura della Magna Grecia nella Latinitas.

Influenze elleniche in arte dalla Latinitas al Neoplasticismo di Mondrian”

 

Antefactum

Trieste il 30 maggio pomeriggio mi accoglie sfolgorante di sole.

Un cortese tassista mi lascia sotto casa del Preside prof. Aldo Antolli.

È simpatia a prima vista e accoglienza con la familiarità propria dell’uomo, che non deve dimostrare a nessuno quanto profonda sia la sua cultura e quanto persistenti siano le sue frequentazioni umane.

A casa del prof. Antolli tutto è semplice e familiare anche per una sconosciuta che giunge dalle “quasi Piramidi” fino alle Alpi.

Poco dopo arriva il plurilaureato Prof. Gianpaolo Dabbeni, uomo dal multiforme ingegno e che definisco, lì per lì, una “forza della natura”.

Da ottimi ospiti mi accompagnano al centro della città, che dopo tantissimi anni ritrovo più splendida e più vitale, in un albergo molto accogliente dove il giorno dopo terrò una lunga conversazione con gli associati del Centrum Latinitatis Europae e alcuni aderenti delle altre associazioni sul tema: “Influenze elleniche in arte dalla Latinitas al Neoplasticismo di Mondrian”.

Tema desueto e, credo, mai affrontato, perché rischioso. Ma, io ho coraggio o incoscienza da vendere, anche perché ritengo che l’amore per la bellezza, l’armonia, il bene, la perfezione delle forme e così via appartengano a ogni popolo, a ogni epoca, a qualunque latitudine, magari cambiano le forme ma la sostanza resta uguale. D’altra parte, come dice un aforisma di Goethe: “Ogni cosa intelligente è stata già pensata, a noi tocca pensarla un’altra volta”.

Colloquium

Il 31 maggio, alle 17,30, dopo i convenevoli di rito, comincio con l’esporre l’argomento del convegno, che vuole avvalorare l’ipotesi secondo cui “l’ideale classico” non è esclusivo della classicità ma trova continuità in forme, modi, intenti simili in un movimento all’apparenza lontanissimo, come il Neoplasticismo di Mondrian, una corrente artistica di inizio Novecento, che ha il medesimo rigore logico, visivo, compositivo dell’arte classica.

Servendomi di slide commento alcune opere di Mondrian e faccio rilevare come esse siano talmente perfette negli equilibri delle campiture che non sono ulteriormente perfezionabili.

Infatti, basterebbe “un graffio d’unghia”, come direbbe Policleto, per scompaginare l’armonia e il bila2nciamento di configurazioni così semplici e allo stesso tempo così complesse nella loro strutturazione, frutto di lunghi studi, susseguitisi negli anni, ma anche di raffinata sensibilità artistica.

Infatti, le opere di Mondrian, come la scultura greca d’altra parte, non sono ulteriormente modificabili o perfezionabili.

Faccio osservare, inoltre, una serie di lavori dell’artista del periodo Neoplastico, che hanno una struttura quasi architettonica talmente equilibrata e armonica, che si potrebbe eliminare il colore e le singole masse sarebbero ugualmente bilanciate.1

Perché apparentare l’Arte Classica al Neoplasticismo di Mondrian?

Innanzi tutto perché, quando parliamo della prima, non indichiamo un periodo storico ben definito, quanto una “visione” dell’arte intesa come perfezione assoluta, perché ispirata a valori universali ed eterni.

Similmente oltre due millenni dopo Mondrian affermerà “Ai giorni nostri bisogna cercare di esprimere nell’opera d’arte ciò che è essenziale dell’uomo e della natura, cioè ciò che è universale […] la vera arte deve cogliere il rapporto equilibrato tra individuale e universale, inconscio e cosciente, immutabile e mutevole.” (In: Classici dell’arte Rizzoli, Cezanne, Milano, 1974, p. 5)

Ed ancora un parallelo. Aristotile nella Fisica sostiene che l’artista, anche se imita la natura, deve fare in modo di perfezionarla e idealizzarla sì da renderla priva di errori. La stessa cosa deve fare relativamente ai ritratti e alle sculture. (Cfr. Aristotile, Fisica, in Opere; trad. a cura di A. Russo, La Terza, 1973, pag. 46 e segg).

In altri termini, il compito dell’artista è quello di affinare ed arricchire ciò che la natura ha fatto.

Non dissimile molti e molti secoli dopo sarà il concetto di Mondrian quando affermerà che “… l’arte è la rappresentazione e nello stesso tempo involontariamente il mezzo dell’evoluzione della materia e riesce a bilan3ciare natura e non natura intorno a noi.” (In M. G. Ottolenghi, I Classici dell’arte, Rizzoli, 1974, p. 9).

Sostengo anche, durante il piacevole colloquio, che un paragone con la pittura greca è, purtroppo, impossibile, perché di essa non c’è traccia a causa della deperibilità dei materiali. Potremmo rifarci tuttalpiù alla pittura parietale romana.

Tuttavia, non sarebbe affatto azzardato presumere che gli stessi canoni compositivi della scultura potrebbero esser stati applicati, addirittura in maniera più rigorosa, come sostengono alcuni studiosi, alla pittura.

Una domanda

Dai miei ascoltatori una domanda giunge spontanea: “Sembra che l’arte greca sia nata senza influenze, eppure da qualche precedente i Greci attinsero.”

Rispondo che certamente l’arte greca fu influenzata dall’arte egizia e persiana. Ma, qui, l’organizzazione statale era fortemente centralizzata e gerarchizzata, di conseguenza anche l’arte mostrava qualcosa di statico, perché basata su modelli imposti all’artista, le cui opere avevano funzione comunicativa e di promozione politica.

Invece, in Grecia l’arte riceve impulso dal clima di libertà e democrazia di cui gode il cittadino della pòlis, partecipe della vita politica.

Quanto sopra getta le basi per una libera espressione, supportata in primis dall’ansia di conoscenza dell’artista, che vuole comprendere il mondo e dargli un ordine.

Di conseguenza, egli mette in essere un còsmos simile a quello che si riscontra nella realtà, perché attraverso la tèchne ha la possibilità di trasformare i propri mezzi espressivi e di adeguarli alle necessità, di modo che il riguardante colga un piacere estetico in cui opera e realtà si compenetrano; cioè nel momento in cui bellezza e conoscenza diventano un tutt’uno.

Sembra di udire Mondrian affermare: “La libertà dell’arte permette di realizzare l’armonia, sebbene l’essere essenzialmente fisico non la concepisca o almeno non la consideri perfettamente tale. L’evoluzione artistica conduce veramente al raggiungimento di una vera rappresentazione armonica. […] L’arte rimane rappresentazione e mezzo, finché quest’equilibrio sia relativamente raggiunto. (o.c. pag.9)

Un’altra domanda

Un giovane mi chiede: “Nella contemporaneità, allora, dato il grande clima di libertà, l’arte dovrebbe raggiungere il massimo della bellezza e della perfezione?”

Non posso non rispondere che non è così per ben due motivi sostanziali, da una parte la sola libertà politica non basta per arrivare a certe vette espressive.

Sono necessarie altre premesse tra cui, come si diceva, l’ansia di conoscenza del mondo al fine di comprenderlo e dargli un ordine. Nella contemporaneità, invece, quanto sopra è demandato alla scienza e alla tecnica, a cui si aggiunga un rigido sistema dell’arte, ancora più subdolo dei regimi assoluti. Ma questo è un altro discorso.

Torno all’arte greca.

Una curiosità ancora avranno gli ascoltatori, avendo io usato il vocabolo tèchne e un chiarimento mi preme dare.

In Grecia gli artisti, nonostante i vertici di perfezione raggiunti, non sono altro che artigiani, technìtes, nella cui categoria sono compresi, ad esempio, anche i tessitori, i calzolai, i tintori … e gli stessi architetti.

Ed ancora, qualunque artigiano, se diventa esperto, può essere annoverato nella classe dei maestri: architèkton.

Da notare che il termine tèchne è sostanzialmente diverso da come lo intendiamo noi, poiché comprende: a) l’attività umana opposta a quella spontanea della natura, b) la produzione manuale, c) la relazione con l’abilità e non con l’ispirazione, d) la conoscenza di norme operative generali.4

Più o meno un significato simile ebbe in latino il termine ars e, se vi fate caso, il concetto attraversò i secoli fino a quasi tutto il Medioevo.

Ancora un’influenza vorrei sottolineare per l’arte classica, quella dei Pitagorici.

Essi sostenevano che il “numero è la sostanza di tutte le cose”, intendendo con ciò che la vera natura del mondo e delle singole cose è costituito da un ordine geometrico esprimibile con i numeri e quindi calcolabile. Il loro grande merito consiste nell’aver dato alla natura una struttura quantitativa e come tale misurabile e quindi oggettiva.

Lo spirito matematico diventa allora una costante nell’arte greca applicata alla natura e quindi all’uomo in quanto natura.

E Mondrian molti e molti secoli dopo dirà “Compito della nuova arte è di eliminare il tragico abbandonando ogni residuo di descrizione per esprimere plasticamente rapporti e non forme.” (o.c. p. 5).

Calvesi afferma: “… Mondrian amava avvicinare la sua visione, più che alla geometria, alla matematica, che è puro calcolo intuitivo, pura qualità che riscatta l’inerzia della quantità. E già nel 1923 aveva scritto: “La nuova rappresentazione è più matematica che geometrica”.” M.Calvesi in o.c. pag. 14)

Dell’espressione artistica ellenica ci rimangono architettura, scultura e ceramica, come si diceva, ma non la pittura. Conosciamo solo i nomi di alcuni pittori quotati all’epoca, ma niente di più. Cito a caso: Zeusi che pare sia stato l’inventore della pittura da cavalletto, Ecfanto, Apollodoro, Parrasio, Apelle, Melanthios, Pausia e molti altri.

Tra i vari technitès un nome ci è pervenuto in modo insistente: Policleto, autore di un’opera andata perduta “Il Canone”, che con tutta evidenza doveva essere un canone rappresentativo, ma di cui non conosciamo quasi nulla, tranne due brevi frammenti, e ciò che sappiamo lo apprendiamo per via indiretta.

Policleto relativamente al nudo sosteneva che ogni linea, dalla punta dei piedi all’ultimo capello del capo, era calcolata e ogni superficie dipendeva da un minimo tocco, da un graffio d’unghia.

Questa simmetria perfetta dataci dall’equilibrio e compenso dei rapporti tra numeri costituisce l’essenza dell’arte classica, perché per i Greci il corpo rappresenta la compiutezza umana, in quanto è un’unica cosa con lo spirito, per cui la bellezza e l’armonia delle forme corrispondono anche ad un ideale etico fatto di equilibrio tra forza e grazia, realtà e ideale, religione e filosofia, καλὸς καὶ ἀγαθός, cioè “bello e buono”.

Conseguentemente, forma e materia esprimono un’unica sensibilità. L’artista greco non vuole rappresentare un uomo, ma l’uomo, allo stesso modo il filosofo quando sostiene che la conoscenza non è parziale ma universale.

E Mondrian sosterrà: “Ai nostri giorni bisogna cercare di esprimere nell’opera d’arte ciò che è essenziale dell’uomo e della natura, cioè ciò che è universale.” (Maria G. Ottolenghi in o.c. pag.5)

Non mi è stato difficile, inoltre, rintracciare le radici dell’arte classica in Mondrian, perché l’artista fu influenzato dalle teorie dello scrittore e teosofo Schoenmaekers, teorie molto vicine al neoplatonismo, onde la sua costante ricerca dell’Assoluto in arte in quanto immagine dell’armonia universale. Infatti, così scriverà: “la filosofia come l’arte esprime plasticamente l’universale: la prima si esprime come verità, la seconda come bellezza. Siccome in fondo verità e bellezza non sono che una cosa, non è logico negare l’evidente parentela tra queste due plastiche.” (o.c. pag. 12)

E più classico di così?

A questo punto della conversazione non mi rimane altro che passare in rassegna le opere più importanti 5dei vari scultori greci come l’Hermes di Prassitele, nonché alcune copie romane come l’Apollo di Kassel o anche l’Apollo Tiberino attribuito presumibilmente alla scuola Fidia, per approdare, infine, al nudo femminile, il canone del quale è stato individuato e consiste nell’uso della stessa unità di misura tra la distanza dei due seni, tra il seno più basso e l’ombelico e fra l’ombelico e la divisione delle gambe.6

Con orgoglio mostro anche la mia Venere Landolina del Museo Archeologico di Siracusa insieme a qualche altra Venere.

Ancora una domanda

Un signore mi chiede quale fine fece il canone di Policleto.

Rispondo con molta tristezza, che si perse definitivamente a causa delle invasioni barbariche e non sto a tediare il lettore con la storia, ma dico soltanto che la cultura classica fu richiamata in vita da Roberto d’Angiò, il quale, per arricchire la biblioteca di Napoli, manda gli studiosi nelle biblioteche, sopravvissute ai barbari, per trovare i classici dispers, affinché vengano tradotti. Si conoscono così le opere da Aristotile a Galeno.

Sono anni in cui fiorisce anche la cultura greca di Calabria, grazie alla quale il neoplatonismo e la cultura ellenistica entrano nella tradizione italiana a partire dal Petrarca. Ma siamo già nel XIV secolo, e sono trascorsi circa mille anni dalla fioritura dell’arte greca ed altre culture come le barbariche si sono sovrapposte a quella.

Da quanto sopra, si comprende bene come controversa sia la genesi dell’arte medievale dal mondo classico e il problema rimane a tutt’oggi aperto.

L’eredità classica rimane, invece, tra gli scrittori relativamente a lingua e stile. Essi continuano la tradizione, anche se la spiritualità sarà assolutamente diversa, perché da pagana è diventata cristiana.

Interpretare il Canone di Policleto in epoca rinascimentale fu impresa impossibile, perché con ogni probabilità per le figure maschili l’artista si riferiva a misure geometriche, laddove gli umanisti si sono cimentati con misure aritmetiche.

Molto si è discusso anche attorno alla famosa frase di Vitruvio, vissuto nel I° secolo a.Ch, per il quale le costruzioni sacre dovrebbero avere le stesse proporzioni del corpo umano, il quale a braccia e gambe aperte può essere circoscritto dalle forme geometriche perfette: il quadrato e il cerchio.

A lungo gli studiosi e gli artisti hanno cercato di individuare visivamente quell’anello di congiunzione fra sensazione e composizione, fra il principio organico e quello geometrico della bellezza. Senz’altro chi si è avvicinato maggiormente alla sintesi vitruviana è stato Leonardo, col suo “Uomo vitruviano”.

Ovviamente, eredi del “classico” si proclamano gli artisti dell’Umanesimo e del Rinascimento in seguito al forte impulso dato a Firenze da Lorenzo il Magnifico alla cultura. Cito solo alcuni nomi a caso Mantegna, Beato Angelico, Raffaello, Donatello, Leonardo e tanti altri tentano di raggiungere la perfezione dell’arte classica, ma i tempi e la spiritualità sono ormai diversi dopo più di un millennio con tutte le stratificazioni culturali avvenute dalla caduta dell’Impero Romano.

Al Rinascimento succede l’età barocca, che sostiene il disgregamento della classicità. Ma, necessariamente il punto di riferimento dovrà essere la classicità stessa.

Al classico torna il Neoclassico, e la stessa querelle ottocentesca tra classico e romantico non fa altro che mantenere viva la tradizione.

E siamo già a Mondrian le cui teorie sull’arte, per rigore e ricerca dell’assoluto, sono vicine al rigore, all’armonia dell’arte classica

A questo punto, esorto gli ascoltatori a tenere presente che:

*Un aniconismo geometrico percorre costantemente i secoli, ricordiamo i vasi dell’età arcaica greca, l’antico ebraismo, il giudaismo medioevale, l’Islam soprattutto, ma occasionalmente anche la cultura cristiana a seguito di alcuni movimenti iconoclasti.

*Sottolineo inoltre che nell’età classica la rappresentazione del corpo umano presenta una forte dose di astrazione.

*Ed ancora, la teologia a partire dalla patristica indica la “via pulchritudinis”, come possibilità di avvicinarsi all’umanità del Cristo, mantenendo vivo il motivo della ricerca della bellezza in arte.

Ma già Vico nella prima metà del 700 nel primo capitolo dell’opera “L’antichissima sapienza degli Italici” dice che “verum et factum convertuntur” cioè il vero è il fatto. E se il vero è il fatto l’assunto ci rimanda anche all’arte, che per ciò può essere separata dal mondo della bellezza.

Kant nella “Critica del giudizio”, nella seconda metà del 700, opera la rottura definitiva col separare il bello della natura, che è il sublime, dal bello dell’arte.

Di conseguenza, a partire dal Romanticismo il bello non sta più nella cosa, come nei secoli precedenti, ma negli occhi di chi guarda.

Da questo momento in poi, l’opera d’arte chiama in causa la filosofia; si fa meta-arte per cui entra in scena la filosofia dell’arte, fondata a metà Settecento da Alexander Gottlieb Baumgarten, come branca staccata dalla filosofia e, in relazione allo sguardo dello spettatore, i giudizi, le linee di interpretazioni si moltiplicano, si intersecano, si addizionano senza un vero filo conduttore.

Alcuni decenni dopo, Baudelaire affermerà che la regina del vero è l’immaginazione mentre il possibile è una delle sue province. (I capolavori della letteratura, Baudelaire, fr.lli Melita editori, pag. 18)

Il pittore Audrey Beardsley rispondeva a Yeats che gli chiedeva perché disegnasse dei mostri: “la bellezza è difficile.”

La stessa letteratura ne è pervasa. Milan Kundera ne “L’immortalità” del 1990 ad un personaggio, la pazza, fa dire: “ … quando un giorno l’assalto della bruttezza fosse diventato del tutto insostenibile, si sarebbe comprata dal fioraio una violetta, una sola violetta, quello stelo delicato col suo minuscolo fiorellino, sarebbe uscita in strada tenendolo davanti al viso l’avrebbe fissato spasmodicamente, per vedere solo quello, per vederlo come fosse l’ultima cosa che voleva conservare, per se stessa e per i suoi occhi, di un mondo che aveva ormai smesso di amare. Sarebbe andata così per le strade di Parigi, la gente presto avrebbe cominciato a conoscerla, i bambini l’avrebbero ricorsa, derisa, le avrebbero tirato oggetti addosso e tutta Parigi l’avrebbe chiamata: la pazza con la violetta…” (M. Kundera, L’immortalità, Adelphi, Milano, p.33)

Allora, si può arguire che nella contemporaneità la bellezza può essere cercata solo nella natura? Oppure la bellezza afferisce la sfera della pazzia?7

A questo punto mi avvio verso la conclusione e cito un passo dell’Ippia Maggiore di Platone quando fa dire a Socrate: “… infatti ora cerco di parlare della bellezza delle figure, non come potrebbero intenderla i più, per esempio come bellezza di esseri viventi e di pitture, ma … intendo qualcosa di rettilineo e circolare e le figure piane e solide che se ne generano per mezzo di compassi righe e squadre …. Infatti, affermo che queste figure sono belle non in senso relativo come le altre, ma sono belle in se stesse per natura, e posseggono certi piaceri propri, per niente comparabili a quelli dei grattamenti. Anche i colori sono belli e procurano piaceri allo stesso modo.” (in M.T. Liminta, Il problema della bellezza in Platone pag.212 (https://books.google.it/books?id=T7Rjv6EK280C&pg=PA212&lpg=PA212&dq=infatti+ora+cerco+di+parlare+della+bellezza+dellefigure+++Platone+Ippia+Maggiore&source=bl&ots=O4aQw85EQ6&sig=s9gqun3rn13AfxwOaiOykU8vqEM&hl=it&sa=X&ved=0ahUKEwjexsPAl7zNAhXK7BQKHUlaAUEQ6AEIHDAA#v=onepage&q=infatti%20ora%20cerco%20di%20parlare%20della%20bellezza%20dellefigure%20%20%20Platone%20Ippia%20Maggiore&f=false

E mentre mostro una sequenza di opere di Mondrian, dico che, apparentemente, potrebbero essere ispirate da questo brano, ma è un’ipotesi errata, perché l’artista è giunto alla geometria attraverso il Cubismo, che lo indurrà a considerare espressioni artistiche le forme geometriche e che accuserà di non essere riuscito a portare le proprie ricerche fino alle estreme conseguenze.

Il Neoplasticismo, infatti, come l’arte classica, ha alla base un’estetica fatta di metodo, misura, regola, per cui potremmo tornare al concetto di téchne, e una poetica costituita da una particolare concezione del mondo, secondo cui l’Umanesimo non è morto e può aiutare gli uomini a vivere meglio attraverso la chiarezza delle strutture e delle luci.

Infatti, Mondrian giunge per gradi a rifiutare di illustrare la realtà in favore della sua rappresentazione.

Egli, infatti, inizia il suo percorso artistico da raffigurazioni che hanno un referente reale, per cui mostro diverse immagini dell’albero che viene sintetizzato sempre più attraverso gli anni fino a quando la realtà non è più riconoscibile, per cui colori e segni acquistano una totale autonomia.

Infatti, l’artista nel momento in cui abbandona la rappresentazione si rende conto della necessità di un canone, di un codice sostitutivo rigoroso, fatto di equilibri cromatici e spaziali, che gli consentano di arrivare ad un concetto di assoluto, realizzato attraverso forme geometriche in cui misura e colore si compenetrano, mentre le superfici diventano nettamente timbriche, cioè senza variazione alcuna del colore.

In altre parole, un dipinto della massima astrazione in Mondrian, buon conoscitore di teosofia, dicevamo, ha radici sì nel reale, come i corpi della Grecia classica, ma, i suoi lavori non evocano una visione, bensì una concezione della realtà, realtà che viene superata in favore di rapporti universali che tendono, come dicevamo, a cogliere l’assoluto.

Così come Policleto aveva inventato un canone compositivo, che mirava a rendere visibile nell’immagine del corpo umano l’Idea platonica, cioè la bellezza e l’armonia delle forme che devono corrispondere ad un ideale etico, allo stesso modo Mondrian attraverso il perfetto equilibrio di forma, timbro, colore e idea vuole penetrare nel mistero del reale.

Così, al fine di rendere assoluta la sua opera, l’artista trascorre intere giornate a modificare una linea, a spostarla solo di qualche millimetro, a cambiare la disposizione di un quadrato o di un rettangolo, ad ingrandirlo o rimpicciolirlo, fino a giungere ad un equilibrio perfetto tra forma, spazio, colore, linea.

Come non udire Policleto quando diceva che ogni linea, dalla punta dei piedi all’ultimo capello del capo era calcolata e ogni superficie dipendeva da un minimo tocco, da un graffio d’unghia o Pitagora quando affermava che il “numero è la sostanza di tutte le cose”?

Proietto8 ancora molti slide di opere del maestro e faccio notare che le linee nere hanno la funzione di separare i colori, perché, se non ci fossero, questi si influenzerebbero l’uno con l’altro debordando l’uno nell’altro, per cui è vero che la percezione del colore c’è sempre, ciò che cambia è la valutazione della superficie e la forma rettangolare più o meno ampia.

Questo serve a Mondrian per dimostrare che anche se le estensioni della superfici sono diverse il loro valore è simile, cioè la maggiore o minore estensione della superficie è compensata dal diverso tono del colore.

Faccio presente, inoltre, che molti critici sostengono che, in armonia con i principi teosofici, Mondrian abbia voluto individuare nelle verticali il principio maschile e nelle orizzontali quello femminile.

Un’ultima annotazione. Per Mondrian l’artista nella società ha una sua responsabilità, perché ogni opera deve ubbidire a un progetto sociale, in cui siano messi in evidenza valori etici, estetici, razionali. La pittura, dunque, essendo mutevole la realtà, è una forma di conoscenza dell’universale.

E più classico di così?

Quindi, così come in apertura ribadisco in chiusura con Goethe che “Ogni cosa buona è stata già pensata, a noi tocca pensarla un’altra volta”. Infatti, immagini assolutamente diverse se non opposte appartenenti a epoche distanti millenni, possono originare da valori simili.

Epilogus      

E poiché tutti i Santi finiscono in gloria, io e gli organizzatori del simposium solleviamo il nostro spirito con una magnifica e croccantissima pizza, a cui aggiungiamo, per sur plus di goduria, un gelato, come digestivo

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